“Portoscuso” è l’ultimo film in pellicola di Salvatore Sardu, che nel 1984, anno di nascita del film, vede anche la nascita della Sarfilm, con cui Salvatore Sardu passa al professionismo.

Sino al 1960 Portoscuso è un povero villaggio di pescatori, abili soprattutto nella pesca del tonno. Attorno a Portoscuso una campagna arida consente la coltivazione della vite e di cereali. Ma negli anni ’60 tutto comincia a cambiare. Le miniere di carbone della zona chiudono e la lotta dei minatori ottiene che, in alternativa alle miniere, in loco si creino industrie per la produzione dell’alluminio, piombo, zinco e derivati.

Nascono così l’AMMI SARDA, l’Eurallimina e l’Alsar, tutte e tre dedite all’industria di base, che creano poca occupazione. I programmi che riguardano le seconde e terze lavorazioni, capaci di assorbire molta manodopera, non verranno invece attuati. E neppure il carbone Sulcis, che si sarebbe dovuto utilizzare per la produzione dell’energia necessaria, restava nel sottosuolo. Ad esso si preferiva il carbone straniero. Si palesava così molto chiaramente il disegno neo colonialista dell’operazione, imposto dall’alto ed estraneo agli interessi locali e che, invece di incrementare l’occupazione, la diminuiva, dato che , con l’inquinamento prodotto da queste industrie, sparivano i posti di lavoro in settori come la pesca, il turismo, l’agricoltura, l’allevamento.E anche gli occupati nelle industrie, dopo breve tempo, si dimezzano, provocando dure lotte operaie, che infine portano alla costruzione di alcune aziende manifatturiere. Ma con la crisi internazionale dell’alluminio Portovesme vedrà avvicinarsi sempre più la sua triste fine.